Vetri da lavare 1990/93

For the exhibition “Incroci di voci”, Viafarini Space, Milan; edited by Emanuela De Cecco.  Samia Kouder, sociologist, Francesca Corrao, professor of Islamic culture, Hocine El-Kabic and other intercultural mediators attended the inauguration meeting.

As far as I am concerned, windscreen washers were never a problem; if anything, the problem is the suvs, which, being high cars, have windscreens that are difficult to reach and clean. At the beginning of the 1990s, with the first arrivals of Maghreb immigrants in Milan, attracted by their culture, I moved to the suburbs and intersections of the streets where they worked. This “moving towards”, this going to meet them in their urban spaces has thus brought me closer to their lives and I so absorbed their daily lives to the point of not needing to add anything else to what already existed, if not to put into the work an element of active involvement with their own objects of the trade, a job in my turn of “stealthy clandestine”. I showed up at the traffic lights with a glass plate, blackened with the kerosene bowls used to signal road obstacles and, trying to overcome their legitimate mistrust, I asked the windscreen wipers to make a drawing as they pleased on the glass, sometimes in exchange for some coins. I wanted to experiment with a kind of communication (like solutions of a crossword puzzle) through drawing, despite their culture lacking the figurative. In the space of two years many traces and drawings of various kinds have remained imprinted on the plates: the Moroccan vegetable garden, the spices, the birthplace, the animals, the mosque, but also the advertisements, the city etc …I have often thought of these plates as pictograms, an archive of drawings that tell the migrant’s desire. The leftover of remnants of an “analogical soul” of the migration process of this era.  … “Glass washers is a concentration of worlds and cultures that is worth more than the many debates that take stock of the cultural integration of immigrants in our cities.” Emanuela De Cecco (Ouverture Flash Art 1993)

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Per quanto mi riguarda i lavavetri non sono mai stati un problema; casomai il problema sono i suv, che, essendo vetture alte, hanno il vetro difficile da pulire. Agli inizi degli anni ‘90, con i primi arrivi di immigrati magrebini a Milano, attratto dalla loro cultura mi sono spostato nelle periferie e agli incroci delle strade dove lavoravano. Questo “muovermi verso”, questo andare ad incontrarli nei loro spazi urbani mi ha così avvicinato alle loro esistenze e mi ha così assorbito la loro quotidianità al punto di non avere bisogno di aggiungere altro a quanto già esisteva, se non mettere in atto un lavoro di coinvolgimento attivo con i loro stessi oggetti del mestiere, un lavoro a mia volta da “furtivo clandestino”. Mi presentavo ai semafori con una lastra di vetro che annerivo con la bocce di cherosene utilizzate per segnalare gli ostacoli stradali e, cercando di superare la loro legittima diffidenza, chiedevo ai lavavetri di fare un disegno a loro piacimento sul vetro, a volte in cambio di qualche monetina. Volevo sperimentare una sorta di comunicazione (come soluzioni di un cruciverba) attraverso il disegno, malgrado la loro cultura fosse priva del figurativo. Nell’arco di due anni sono rimaste impresse sulle lastre molte tracce e disegni di vario genere: l’orto marocchino, le spezie, la casa natale, gli animali, la moschea, ma anche le pubblicità, la città etc… Ho spesso pensato a queste lastre come pittogrammi, un archivio di disegni che raccontano il desiderio del migrante. Lo scarto di un rimasuglio di “anima analogica” del processo migratorio di questa epoca. … “Vetri da lavare è un concentrato di mondi e di culture che vale più di tanti dibattiti che fanno il punto sull’integrazione culturale degli immigrati extracomunitari nelle nostre città.” Emanuela De Cecco (Ouverture Flash Art 1993)